sabato 21 dicembre 2013

33


 Papillon et le scarabèe



La farfalla abbarbicata al ciglio del burrone mosse la filigrana in vetro delle ali scure scuotendole a fisarmonica stazionando nell'immediatezza; a precipitarsi sull'arancio umido del fondo del bicchiere, e dal fondo, presto ri-decollò; non immaginando di volare, nemmeno di lì a poco d'atterrare prossima al naso: naso d'ottone della lapide nell'angolo della strada, che mostrava in quel suo naso, d'essere il rubinetto col pulsante retro, il quale animava la pressione di uscita per riempir la pentola: dell'acqua con il riso; lo stesso riso lanciato agli sposi più avanti dove la farfalla non vedeva; nè vedeva come il ruscello giù dalla collina adempisse alla sua funzione abitando al mare, nello scivolare al suo passaggio tra le sabbie, il proprio flusso a dorso di coccodrillo, vestito cristallino di sinuosa limpidezza in quell'incontro con il mare immenso, che si distingueva nella fusione col ruscello per avere molteplici detriti: smerigli polverosi e luminescenti dai tratti minerali abbandonarsi annegando docili; e non lo avresti supposto, quanto freddo e allo stesso tempo temperato potesse essere l'acqua in quello scontro tra le correnti; presso il bosco fitto sul versante della radura con quella chierica verde circolare, punteggiata da un albero d'alto fusto in centro, e un altro ancora, qui e là sparsi, la cui coda di legno bruciato e annerita s'innalzava come a preghiera al cielo, sin sulla vetta arrotondata come un dorso d'asino, con una carreggiata che delineava il mezzo esatto nel farsi colonna vertebrale; e il ceppo di legno che si distingueva da lontano sulle sabbie come un trono su cui si fosse seduta ogni divinità ventosa che passasse di lì; con l'unghia di corteccia che indicando il mare e il cielo formava in quel trono lo schienale; e gli oggetti rigurgitati sulla battigia dove il morto in acqua aveva l'ovale illuminato se rivolto al sole e sulle spalle rivestite d'olio la giacca che galleggiava, al tramonto; con quella luce che serpeggiava costellazioni sull'acqua e trafiggeva ogni cosa allungando di quelle cose l'anima con l'ombra; da dove un coleottero forando il buio lo trapassasò, alzandosi in verticale così accendendosi all'occhio umano, e a Dio; vedendo boschi e il mare e gli sposi e la radura, indirizzandosi minuscolo in quel volo, dinnanzi ad un tavolino roteandoci sopra, e superandolo per poi alzarsi in quota di nuovo; non atterrando tra gli sposi e le innumerevoli teste degli invitati con il riso che ancora qualcuno lanciava; ma proseguendo il volo di centinaia di metri avanti, nell'entroterra,  atterrando sul naso d'ottone della lapide all'angolo della strada; dove la farfalla che muoveva a fisarmonica le ali: stava, respirando la sua solita vita; per il coleottero verde smeraldo e abbacinante che la vide da lassù, muoversi nelle ali come a chiamarlo con un cenno animale, egli atterrò poco distante da quella farfalla; e si mise a rovistare avanti e indietro per sapere che razza di posto fosse quel rubinetto a naso di ottone; e quella che si muoveva li in fondo, con quelle due cose sul dorso, e che lo stava guardando; si domandò: ...ma che vuole sta tipa... !?       

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 Imprimatur

Ascoltarono ignorando la superbia, disquisirsi risuonava schiava nell'affusolarsi imbrattata nel color della pomice affamata; staccava a morsi il pallore d'oro d'ogni diversità, e che l'ombra tenesse per cospargersi dall'effimero; da cui partivano frecce scoccate dal tripudio tronfio; nel lancio l'acqua formava lance accuminate alleate su cui scorrevano intrepidi in fila indiana; le perdite dell'inconscio al primo incrocio il semaforo lampeggiava d'ogni dubbio; appannato ad ore torbide corrispondenti ai lavoranti che sfilavano col fucile: chi a braccio e chi a tracolla allattando il lancio plurimo di sassi mimicamente lussati dai ripiegamenti in frasi; astrali abbrumate dai lavaggi d'intenti luridi; col pronome di Calliope. Uncinante negli spinaci conditi a cerchio col rametto di basilico sull'omero segmentato a fiore vascolare; ai piedi della montagna dispari colma nei dislivelli a fionda magnetica; che crogiolante di nevischio, nel groviglio di un abitato; si vide l'abitacolo ignaro salire e scendere indisturbato i gradini scorrazzando con un foulard in testa al motore coprendo il cofano con un drappo teso, e l'odore della luna che furoreggiava; sulla tangenziale in contromano accellerava una curva, per sbucare più avanti da un sentiero o mulattiera d'un emisfero scosso; e ripercorso dal filobus da cui si lanciavano martelli reticenti; nelle pozzanghere d'inteneriti fianchi. Renitenti a leve per alzare il mondo, ma con vele ricavate da un paio di remi d'acciaio, e la borsa colma di reni degli utenti incamminarsi su scale a chiocciola presso i punti cardinali;  affilati a disegni dal vapore acqueo; che salendo tracciava nella struttura il ponte frantumato. Con l'invitato in rame istoriato, dai canneti ripiegati dal rovescio; salutare per chi l'avesse riconosciuto, con quella mano di legno, e quella vera alzarsi e scomparire, col saluto di rimando. 



venerdì 6 dicembre 2013

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 Repeat this year and which, in spite of myself


" Ripeterò l'anno tale e quale " disse al brusio dell'unghia, guardandosi le mani, innervate di scogliosi al cubo, affittuarie di capoversi alari; mai dome di assistenze con livrea certificata nell'hangar del sè, d'uno sconosciuto per caso sempre; coleottero sospinto dalle arie vibranti il tuono; agganciandolo all'epopea catarifrangente, accesa presso ogni liana in seta; che abbia la narice affamata dallo zolfo e vincoli, all'indagine della secolare quercia; di colore indemoniato e con l'impiantito verticale dove l'ulivo alto e frondoso in quelle sue movenze; in vasca sta sommerso in acque e porcellana pittandosi sul volto l'anima fumè del bagno; mentre asciugandosi dal mascara; con la scala ritta e obliqua al tetto, precipita nell'olfatto del canale audiovisivo navigando nella chiglia aerodinamica tra i marosi all'insù; mantenendo fermo il faro e con lo sguardo sulla sabbia; ìndice il rettifilo per governar la diocesi; la quale animata di crudeltà parla d'altro raspando la salita morbida, friabile, bagnata, infangando i fianchi gravidi mai mossi, delle maree contrarie; le quali pendono regine, dal corallo che cammina avanti privato della vista; col cane a fianco deambulante e ordinato sino al colore sobrio, il quale marchiato dalla croce rossa nell'ausilio, sniffa e vede addentando gli scalini pieni d'erba, nel muschio del tifone dichiarato morto, e rumoroso dall'unguento adamitico.

domenica 1 dicembre 2013

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 La Porziuncola


L'albero è incappottato sulla tela dell'ombrello sezionato. Tenuto in pugno dalla mano. Chiusa e dalle dita incurvate nello stringere il manico, col pomello. Poi l'avambraccio, il gomito. E nient'altro, oltre le nubi plumbee sul deserto, dipinto sulle innumerevoli fronti di facce dagli sparuti mezzi meccanici nel movimentare, terra e acque spruzzando. Il modo di deambulare del danaro, è corrotto dalle tubature d'aria verde. Sommessa, nel refolo azzimato e curvilineo di un piano; sul palmo della mano su cui si soffia il cero rosso. Unto e bisunto, dal fuoco che come un manganello respira i colpi addizionando le conchiglie ponendole sullo stiro asciuga, del banco d'ogni pegno. Impegnandosi, a correrre saltando le provincie, le regioni illuminando le corriere di giovani inerti. Con le facce appannate, dai finestrini imbambolati dallo stupore dal nugolo di api, fuoriuscire dalle natiche del manichino. Esposto in vetrina dai commercianti. Provenienti dalla danza notturna, ballando note sorde ad alto volume, e colorando. Pop. I sorrisi ignavi di ricchezza nascosta e povertà manifesta, strappando le pagine del Genesi e dell'Esodo tramutandole in velivoli infuocati di parole che volavano; sulle teste di chiunque abbia la sporta dell'eccesso, tra le mani.        

mercoledì 30 ottobre 2013

29


Ego veni ignem mittere terram ( sono venuto a portare il fuoco sulla terra )

Scalzo al limite dell'abbraccio recedo sul tiepido illetterato letto di spoglie. Chi governa l'occhio dal volto popolare ha l'ìnfinito buco che gli trapassa il nero del cranio. Dove l'aria crolla in una cascata la taurina spalla non supera di slancio l'economia ferma al dollaro. Presso il campanile dai denti rotti le gengive dai calzoni corti si asciugano illuni. Mi adagio sull'amaca, vedo il cielo, la corte, cortigiani, prostitute. La campana in bronzo incarna suoni né tristi né allegri. Origlio il divenire sulla groppa d'ogni nota veste la rondine in cui cade l'agonia del vortice. Stampo alla sommità dell'orrido il respiro glaciale del fango, se mi raggiunge il dito del comando, si atrofizza liberale. Gli scuri di baci e baci si schiudono sullo sguardo dalla finestra, alla chetichella m'inoltro nella poesia, il dolore in groppa mi affligge. Per ora resisto, poi vi condannerò a morte certa, con agonia inclusa nel pacchetto viaggio.   

domenica 27 ottobre 2013

28


 Express


Il fuoco patì il freddo raggiungibile fischio dell'uomo binocolo al collo dell''orecchio fracassato. Sulla neve annerita scesa nello spettro d'un dio menomato. Con la polla di mercurio che piovve innaffiando e oscillando come un'arma sino ai denti, cariati. E finti delle ore di sterminio dal giocattolo di massa. Con l'ombrello aperto, multicolore nell'udire l'inverosimile in uno spiazzo diversificato. Dall'uguale ritmica  di una daga nel frastuono da cui zampilla l'amore d'oro. Di rubini incastonati e accesi nei torti luccicanti come un acquedotto disegnato. Sull'acqua scura allo sciogliersi delle rocce. In fila alle onde impetuose nella forza dell'occhio di smeraldo e ferro, mentre. Tu cammini sul mondo fermo dall'asprezza, fischio rannuvolato dalla lontananza, treno rinsecchito sopra i rami. Controversia di un'allodola che ode nel silenzio il proprio volo avvenuto con i sensi opposti, non addormentati sul guanciale. Evitando. D'intraprendere il tracciato dell'ansia libera, di colori e di esprimersi.    

sabato 5 ottobre 2013

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 La poltrona decaduta sul rantolo ingessato


Nel walzer di pedalate comuni, il rumore di monili appiedati tintinnò in balia dei venti; agitati dalle vetture che non videro. E non sentirono l'installazione d'una ciglia offesa e fissa, stazionare sotto l'occhio in vetro. Fuori dai fari. Fuori dall'udito. Fuori dai sensi. Nel luogo tetro, dove la campana ruotava nelle molteplici foglie di faggi, irraggiando l'eco visivo di ogni pupilla che circondasse il giardino. Senza mani. Eliminando ogni traccia di qualsiasi sede che fosse stampata sul bordo delle, maglie oppure aggrappata ai muri. A caratteri stradali d'argento e oro. La ragazza stava lì, all'angolo. Aspettando l'autobus, il quale transitò, fermandosi. Sullo specchietto retrovisore. Illuminando il corpo della donna che giaceva sul sedile della vettura, muovendo la propria voce. Chiamare muta, ciò che pareva la testa, o il cranio rivestito di pelle, nervi, vasi capillari, oppure capelli maschili. E nel farlo vide, i vasi dei garofani sul davanzale acconciati per le feste. Ancora lontane; come lontano era il tatuaggio sull'avanbraccio di chi vide nel passare camminando, ignaro. La donna scorse l'autobus sullo specchietto retrovisore illuminarle  la coscienza oscurando: il cielo. Il quale dopo il suo passaggio ricomparve, ripristinando ogni prospettiva d'ombra e luce nel significato non più smemorato. E mosse gli occhi: la donna. Accostandosi al corpo dell'altra di donna, inanimata al proprio fianco. Con la voce; chiamandole il cranio la testa che conteneva materia grigia fuoriuscita. Parlandole con quello sguardo giovane e maturo. Alzò lo sguardo e di nuovo vide i garofani sul davanzale stare lì, immobili tranne quando la brezza li agitava con sonnolenza; e le feste sentirle lontano, e di fronte a quell'immagine  sentì di essere spettinata, col cuore disordinato. Intorpidita.