sabato 21 dicembre 2013

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 Papillon et le scarabèe



La farfalla abbarbicata al ciglio del burrone mosse la filigrana in vetro delle ali scure scuotendole a fisarmonica stazionando nell'immediatezza; a precipitarsi sull'arancio umido del fondo del bicchiere, e dal fondo, presto ri-decollò; non immaginando di volare, nemmeno di lì a poco d'atterrare prossima al naso: naso d'ottone della lapide nell'angolo della strada, che mostrava in quel suo naso, d'essere il rubinetto col pulsante retro, il quale animava la pressione di uscita per riempir la pentola: dell'acqua con il riso; lo stesso riso lanciato agli sposi più avanti dove la farfalla non vedeva; nè vedeva come il ruscello giù dalla collina adempisse alla sua funzione abitando al mare, nello scivolare al suo passaggio tra le sabbie, il proprio flusso a dorso di coccodrillo, vestito cristallino di sinuosa limpidezza in quell'incontro con il mare immenso, che si distingueva nella fusione col ruscello per avere molteplici detriti: smerigli polverosi e luminescenti dai tratti minerali abbandonarsi annegando docili; e non lo avresti supposto, quanto freddo e allo stesso tempo temperato potesse essere l'acqua in quello scontro tra le correnti; presso il bosco fitto sul versante della radura con quella chierica verde circolare, punteggiata da un albero d'alto fusto in centro, e un altro ancora, qui e là sparsi, la cui coda di legno bruciato e annerita s'innalzava come a preghiera al cielo, sin sulla vetta arrotondata come un dorso d'asino, con una carreggiata che delineava il mezzo esatto nel farsi colonna vertebrale; e il ceppo di legno che si distingueva da lontano sulle sabbie come un trono su cui si fosse seduta ogni divinità ventosa che passasse di lì; con l'unghia di corteccia che indicando il mare e il cielo formava in quel trono lo schienale; e gli oggetti rigurgitati sulla battigia dove il morto in acqua aveva l'ovale illuminato se rivolto al sole e sulle spalle rivestite d'olio la giacca che galleggiava, al tramonto; con quella luce che serpeggiava costellazioni sull'acqua e trafiggeva ogni cosa allungando di quelle cose l'anima con l'ombra; da dove un coleottero forando il buio lo trapassasò, alzandosi in verticale così accendendosi all'occhio umano, e a Dio; vedendo boschi e il mare e gli sposi e la radura, indirizzandosi minuscolo in quel volo, dinnanzi ad un tavolino roteandoci sopra, e superandolo per poi alzarsi in quota di nuovo; non atterrando tra gli sposi e le innumerevoli teste degli invitati con il riso che ancora qualcuno lanciava; ma proseguendo il volo di centinaia di metri avanti, nell'entroterra,  atterrando sul naso d'ottone della lapide all'angolo della strada; dove la farfalla che muoveva a fisarmonica le ali: stava, respirando la sua solita vita; per il coleottero verde smeraldo e abbacinante che la vide da lassù, muoversi nelle ali come a chiamarlo con un cenno animale, egli atterrò poco distante da quella farfalla; e si mise a rovistare avanti e indietro per sapere che razza di posto fosse quel rubinetto a naso di ottone; e quella che si muoveva li in fondo, con quelle due cose sul dorso, e che lo stava guardando; si domandò: ...ma che vuole sta tipa... !?       

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