venerdì 27 settembre 2013

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Nella curva trafficata la femminilità Islamica controlla il tallone togliendosi la scarpa slacciandola d'allucinazioni. A stringhe rigide la festa marcisce sul palato del ramarro in rapida fuga, individua il confine e mastica. Tra l'asciutto l'umido rosa della cascata dista il pezzo debole. Intervengo con la tastiera tra le rocce prive di guarnizioni fragorosa dei cingoli, avanzo pentagramma. A gran voce apra la spaccata della lama duale col melograno abbottonato digerisce la propria meridiana. Umori tracce sulla sabbia la malinconia a righe orizzontali. Confluenti al violino in jeans filigranato, dalle intemperie lei prorompe col maquillage nel denim; al passo attillato la parure. L'oca sghiaccia a monte il cestello, stesa batte il sax metronomo, la notte di piacere sul cuore, seppur spinato si mostra lentamente invescata a quadri senza applausi. Come quando ci si rammenta di vivere contraddetti nei silenzi. E la cimice acerba nella nicchia più volte in vetro svanì dagli occhi. Non può diversamente. Con il tanfo la vespa impazza di scaramucce gioia, nel dolore la schiena infila il proprio pungiglione sull'odor di uvaggio. Poi a sera. Quando si è a torso nudo sudati nell'estate il giorno superato, termina la spirale sullo sterrato fuggiasca nel fruscio per non essere calpestata. Scaravento al suolo i segni che vengono raccolti, gambe incrociate nello spruzzo. Di pere a terra da raccogliere mentre il cavalcavia va mostrando sulla groppa, il passato del distributore dismesso e rovinato dalle cartacce emerse; dal taglio di ogni filo d'erba secco o morto che sia.


friabili la spinta ombra densa decelera riposato nodo di cravatta aspro

la parure di ossidiana per il malocchio


( da terminare )

domenica 8 settembre 2013

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 Basilico

L'odor di basilico nell'aria punge i boccioli di rosa l'uomo di colore sulla tangenziale aulica vola suda nella canottiera scatta foto all'oscurità minuscola lungo la via definitiva dei filari di conchiglie. 

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 To struggle to emerge

Il ragno all'aria dell'inferno vibra s'aggrappa alla moneta su cui si muove circolare. Annoda la corda, la giungla infetta lacrima seta sul sangue di cemento. Plastiche trapuntate, i rumori della perdita, le zanzare si cercano affamate. Lacustri glorie con l'avantreno delle memorie sbuffano a mani conserte non è più un cane spoglio che dirige il traffico. Sorprende sapere che i suoni appaiono maculati nello strepitio dei suono mattutini. A tutti parla il cinghiale tra le zanne. La maledizione del manto  indossa da tempo la casa solitaria sotto l'argine in piena landa. Dopo il dosso cremisi, chiatte marcescenti una presso l'altra deformate dal calcestruzzo hanno i fiori di proiettili fuoriescono a zampilli in verticale a racemo. Sulla linea scura dell'intonazione algebrica la luna sbatte sentenzia illacrimabile non rende acque morte o stivate nella tasca posteriore. Viva e piena di tronchi legati sulla verticale si congiunge al vertice. La vetta di miriadi di lanterne nella luce illumina l'orecchio, gli occhi neri come il ribes nero registro il tratto di futuro serpentato sulla bocca. Slaccio la muta inanimata che regge il mio tempo impresso sull'asfalto. Nel respiro mani da Louvre luce da Caravaggio la tua bellezza.




 

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Persona non grata

La vettura parcheggiata in curva del non amore sul drappo steso. Il biancore candido statua avvolta in serpi dimostra all'uomo quanto la polvere fredda esca dalle linee della mani. Denso di tecnologia cristallina conquista nel tuffo il cormorano. Le squame argentee sotto il pelo dell'acqua riconosce il becco rugginoso. Il chiodo conficcato nel calore l'albero segnato a riva. Distratto dall'aquilone nervoso le fronde agitano il regno aeriforme. Mosso dal movimento centripeto  gorghi nelle gambe le budella putrescenti galleggiano sulle acque meravigliosamente lievi. Struzzi informi da lontano da vicino decedute interiora d'oscurità sulla riva; chi non piange non ride decapita il sale dell'abbraccio. Al tramonto vestiti di tutto punto piovono i cadaveri. La luna piena in fiamme incandescenti inquadra l'orologio. Appeso con la cenere sugli occhi pittati, gli animali vivi senza cuore tra un canale e l'altro dell'addome sfidano il cloro per le vie del nibbio bruno l'oca selvatica il gufo il martin pescatore. Che pesca come il cormorano di cuore, fegato, polmoni, sangue, pelle, piume, colori, occhi, il becco. Immersi in un tuffo. Di debiti. E dunque, entrambi lesti nel chiudere la porta con le ali trasformarsi in siluri per quel tuffo. Prestando le ali all'uomo, che si ritrae nei guai con le spalle. E le grinfie di quei guai le quali tubavano di quaccheri, guadagnati dalle vette di saluti sei persona non grata-.       

venerdì 16 agosto 2013

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Il buio sonnolento

Il panettone di cemento lancia il fulmine rovesciato, sulla rotaia dall'umore di tabacco, liscio sulla  stuoia; intrecciata in oro che tramonta nuda di tre quarti con l'ausilio del un senso unico alternato. Sul cespuglio, sordo di lavoro che va stringendosi nella la mano in fiamme di periferia. Nel bel mezzo della careggiata; la quale nello svoltare dallo stretto, inviò chilometri di velocità con l'ampiezza di raggi illuminati di gonfie nuvole tronfie; al trotto di cavalli strozzati dalla foga e dalle sciarpe. Col filato a brandelli d'acque non più sintetiche, ora ingessate dalla ferite; che camminano su due ruote  all'alba col manuale d'istruzioni, irto e pungente. Conficcato sullo spartiacque secco dell'estate. Di ognuno. Mostrando in differita la ferita. Alle telecamere dell'arcobaleno spettinato dopo la tempesta che scrosciava, sotto il vetro che movendo il cancello in oro con la scheda acustica, accelerò la nascita del geco. Col nido presso l'orologio. Il quale fisso e rattrappito sulle mura secche o vede o dorme. O non gliene importa di roteare le lancette.     

giovedì 15 agosto 2013

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Il deretano dell'autobus infiammato


La zolla è delimitata dalle proibizioni che liberamente circolano nel flusso cibernetico di rame e zolfo a cubi friabili per la via; col dono della resina gocciolante rosa e attaccaticcia sotto l'incavo dei piedi bianchi, sottoposti alle metamorfosi giapponesi della corda tirata al polso e dalla felpa gialla dalla piega in quattro chiese morte. In ferro e sformate dalla pietra al vento, della tramontana dove una campana pendola da un'impalcatura arrugginita e cigola, nell'annunciare l'acqua al bordo del natante cinguettante sullo scollo della maglia. Finta sin dove gli occhiali  riposano a testa in giù con la sirena della griffe che seduce, con la mirra. In mano, concedendole una riposta nella schiuma della lavatrice inzuppata. Da tutti i panni con l'inchiostro della seppia che sgomita; nel carburante del motore che romba nello sputare l'olio dall'oblò oscurato. Che va vedendo l'orso che l'ormeggio lo scioglie a mano nello stile trekking: corvide con il corno del calzone variopinto dell'affresco di un'erbaccia, che sta nel tema  dalla visiera rigida d'un pugno in aria. Sulle sabbie. Le quali chiedono la pietà massiccia, mostrando il gesso umano, con cui cancellare ogni gesto di linoleum sulla scapola; dove il serpente striscia, e in un baleno attacca. L'odor. Di terra inzuppata dai capelli della cavalla, che si rappresenta in carta pesta sull'asse del legname, flettendo avanti in un sentiment borsistico.  

martedì 6 agosto 2013

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Colazione della moret con la cupola in testa


Sul foro rimestato senza alcun rispetto che la sostiene. Sta l'anello cardinalizio, sul cui dito prevale il color del ferro bruno, di cui piace il volto. Dissepolto dal birillo del tramonto. Che se stesso unge. Tra i capelli, che non esondano  apparendo così incollati al piccolo macigno che, sulla cresta sta in filigrana. E vibra. Onda anomala di confusioni imberbi, con le corolle dall'idioma circonciso, se non vi è nettare per il disco, obolo, cerchio. Di un obbiettivo multicolore che rumoreggia, vuoto, di note a sesto acuto e olfatto proletario nel contorto muschio; specioso al rullar di condizioni avverse. Di cui nessuno sarebbe interessato, tranne la fatalità delle giovani diversità, alle università che non pompano petrolio.