...la poesia è un modo come altri ( forse come altri: per me questo è il modo più efficace ) per esistere nel mondo, consegnando all'esperienza di chi la legge ( ma soprattutto a me che la scrivo ) un moto interiore di natura trascendentale che si diffonde nell'imo; e che va a mescolarsi con la realtà che mi vive e che è propria a ciascuno. La poesia ( secondo me ) da quella più ostica a quella più banale ( per così dire - unicellulare - ) è comunque regolata da un principio che ritroviamo nello stesso mondo su cui siamo ( e che ci circonda ) quando, il cosmo ruota alla luce del sole oppure no; imperturbabile consumando per l'eternità la propria rivoluzione affascinando noi umili e miseri ominidi tronfi, di sciocchezze e mortalità...
Il blog è curato da Roberto Corrado Timillero alias Cocuma ecrivain blogger ed è espressamente favorevole alle rivoluzioni pacifiche, alla cultura, al cambiamento, all'amore, alla felicità personale, a YHWH.
lunedì 13 gennaio 2014
domenica 12 gennaio 2014
37
La garrota
lo spettacolo in marmo dilavato dall'irruenza predispone ogni cappello; a tesa larga e scura su barbe folte e concatenanti a gocce; in flussi d'amore primordiale simili a liane della morte o a Peyote schiantate tra minuscoli applausi oscillanti e rinsecchiti di corali all'addiaccio; con le mani giunte in preghiera o sul proprio ombelico le quali complicano, la sessualità d'ogni artiglio impigliato ed ecumenico se stampato al graffio così rendendo le poesie mute e immote come Dio; vuole siano muti e immoti coloro che lavorano divinamente; nell'arte silenziosa stereotipata per disgragare la nobiltà presunta e quotidiana che nell'albero della conoscenza consegna; vitamine rivestite col vestibolo greve di radici in cui l'acqua fluttua fermentando il grembo; nell'obitorio d'un nano mistico e agnostico fintamente colorato in molteplici stracci come Arlecchino; avvitato al cosmo e allo scroscio banale, che spiove sul numero 69 serrato ed accoppiato ad un alibi di fede transeunte.
venerdì 27 dicembre 2013
36
La musica neo aritmetica sul pentagramma
La musica aritmetica si libera gouache sfiorando densa la schiuma, d'incesto d'un apocope al limone. In curva. Uscendo plurima di gran carriera dalle finestre sfarfallando infinitesimali tropici, aprendo in quell'uscire, lame per tagliar. L'acciaio di ogni portiera divaricata al fuso orario, messo in punto dall'elio a diatomee sulla parete dell'emisfero ghiacciato. In fronte. Che poggia il proprio selvatico plantare, sulla verticale di marmitte iperboree. Dalle volute fumanti, e intabarrate d'arance piramidali. Le quali salgono. Mosse dalla gravità. Sulla cucina elettrica intessuta di guano, a quintali e grondaie per chilometri. Al di sopra del ribollir d'acqua ragia. Scuotendo alberi di teste cittadine, scoppiando tortore che scivolano in tutta fretta impigliandosi nell'aria. Presso stelle del firmamento. A fuochi accesi. Che si librano a intermittenza di marroni al cielo. Roventi mine su palme di marines. Vivi. Con molluschi appesi al filo minerario. Falò di mimetica incolore tra le nebbie. A chiazze allineate nel disporsi a flebo, in quel frollare a nubi tutti i giorni. Che dal muretto rigonfiano d'iconostasi l'attenzione. Al gatto che paziente, balza mietendo il plumbeo scomparendo. A puzzle cromatico nel midollo del crinale. Di ogni schiena rivolta a individuarlo meglio. Aguzzando gli occhi verdi che son laggiù da tempo. Illuminati. Sotto l'eretico rollio di brezze a petali iperborei nel definir a pennellate i corpi. Pigmentati e viola, arcuati d'un pezzato canide col cranio ingioiellato, che insegue sull'altare dimensionando il muso. Dagli amori che verranno. Sotto il colbacco, in pelo d'astrakan.
giovedì 26 dicembre 2013
35
Lo sberleffo decaduto a rate
Il mite ombrello di fusciacche con gli slip a bordo campa, sotto misura. Di reti enfiate, innodando il wiskey, riscaldando il fuoco dello spary. Disboscando gli alveari uno fianco all'altro, presso onde a grucce rotte che vibrando illuni nell'agganciarsi al verme sgocciolano. Ammoniaca. Raggomitolata sulla via, in mille voci abbottonate divenendo. Albina priva di parure o di collare. Schiacciate al cane da un segnale morso ripetutamente nel rimprovero. Di fulmini e resistenze presso lampade dal vertice vocale. Adiacenti ai fatti, nel ridestare nervature. Le quali ghiacciate. Giungono attirate in cerchio orientando. Il battito di mani per il rettore mite. Di modo che l'estate rimanga fuori, avvolta ad una sciarpa come fosse inverno. Negli occhi d'un avvoltoio il quale sul cornicione appollaiato, si rassegna nello spostarsi. E nello spogliarmi di ogni avere in quelle piume che batte argento volando via: orinando sul triangolo. Prima della lotta e nell'ultima, definendo. Il mondo a suoni uniati in uno sberleffo e poi morire.
mercoledì 25 dicembre 2013
34
La colomba d'ulivo sanguinante
Dietro le quinte del preistorico appezzamento. Le lastre rivolte al guru di tutti i tempi. Sono colori luminosi, nei rosari al plasma. Che impattano. Disegnati sull'orlo a pizzi, fulgenti rosa. Nel carillon annesso che scoccando; frecce rivoltandosi di letto in letto; serve gli occhi numerosi a fiocchi, bruciacchiandoli; arsi, rinsecchendoli senza peli e senza acque. Abbronzate, rimuovendo vene: strappate. Dai naufragi. Fiacche di muscoli e carni che si denudano bianche, mimandosi a molteplici specchi. In equilibrio al vento, formando un manichino. Biondo e stinto, con la parrucca privata di furbizia, che va celando. Stupidità: frana di pietrisco cabrio e dal sorriso infagottato che rallentando. Ai margini; sulla cassa armonica. Ode. Lo sciabordio di scarpe al collo, che informano gli scacchi. Sulla scacchiera di metallo e rame, tingendosi di giallo e nero, tra tutti i frutti e prezzi. A flutti. Confondendosi rallentando. La telecamera di retromarcia, che nello svettare. La vedi piegata. Sui corpi minuti di pettirossi, che balzando di rami in rami; e sui rami si amano di cinguettii. Riversi a terra col rametto d'ulivo in bocca per i morti rinsecchiti. Animali. Che non fingono la realtà che non hanno. Travolti sullo sdraio da altri, cadaveri inerti dall'inerme ombra. Che in braccio all'onda sismica si riversa, su tutti gli alberi stempiati che nel boulevard reclamano, per voce contraffatta. I pappagalli in cellophan strampalato, recitanti poesie dal percussivo riff; che svolazzano di anime avvinghiate ai campanili brulli. Cavalcando misssili terra cielo, trasportandosi all'inferno.
sabato 21 dicembre 2013
33
Papillon et le scarabèe
La farfalla abbarbicata al ciglio del burrone mosse la filigrana in vetro delle ali scure scuotendole a fisarmonica stazionando nell'immediatezza; a precipitarsi sull'arancio umido del fondo del bicchiere, e dal fondo, presto ri-decollò; non immaginando di volare, nemmeno di lì a poco d'atterrare prossima al naso: naso d'ottone della lapide nell'angolo della strada, che mostrava in quel suo naso, d'essere il rubinetto col pulsante retro, il quale animava la pressione di uscita per riempir la pentola: dell'acqua con il riso; lo stesso riso lanciato agli sposi più avanti dove la farfalla non vedeva; nè vedeva come il ruscello giù dalla collina adempisse alla sua funzione abitando al mare, nello scivolare al suo passaggio tra le sabbie, il proprio flusso a dorso di coccodrillo, vestito cristallino di sinuosa limpidezza in quell'incontro con il mare immenso, che si distingueva nella fusione col ruscello per avere molteplici detriti: smerigli polverosi e luminescenti dai tratti minerali abbandonarsi annegando docili; e non lo avresti supposto, quanto freddo e allo stesso tempo temperato potesse essere l'acqua in quello scontro tra le correnti; presso il bosco fitto sul versante della radura con quella chierica verde circolare, punteggiata da un albero d'alto fusto in centro, e un altro ancora, qui e là sparsi, la cui coda di legno bruciato e annerita s'innalzava come a preghiera al cielo, sin sulla vetta arrotondata come un dorso d'asino, con una carreggiata che delineava il mezzo esatto nel farsi colonna vertebrale; e il ceppo di legno che si distingueva da lontano sulle sabbie come un trono su cui si fosse seduta ogni divinità ventosa che passasse di lì; con l'unghia di corteccia che indicando il mare e il cielo formava in quel trono lo schienale; e gli oggetti rigurgitati sulla battigia dove il morto in acqua aveva l'ovale illuminato se rivolto al sole e sulle spalle rivestite d'olio la giacca che galleggiava, al tramonto; con quella luce che serpeggiava costellazioni sull'acqua e trafiggeva ogni cosa allungando di quelle cose l'anima con l'ombra; da dove un coleottero forando il buio lo trapassasò, alzandosi in verticale così accendendosi all'occhio umano, e a Dio; vedendo boschi e il mare e gli sposi e la radura, indirizzandosi minuscolo in quel volo, dinnanzi ad un tavolino roteandoci sopra, e superandolo per poi alzarsi in quota di nuovo; non atterrando tra gli sposi e le innumerevoli teste degli invitati con il riso che ancora qualcuno lanciava; ma proseguendo il volo di centinaia di metri avanti, nell'entroterra, atterrando sul naso d'ottone della lapide all'angolo della strada; dove la farfalla che muoveva a fisarmonica le ali: stava, respirando la sua solita vita; per il coleottero verde smeraldo e abbacinante che la vide da lassù, muoversi nelle ali come a chiamarlo con un cenno animale, egli atterrò poco distante da quella farfalla; e si mise a rovistare avanti e indietro per sapere che razza di posto fosse quel rubinetto a naso di ottone; e quella che si muoveva li in fondo, con quelle due cose sul dorso, e che lo stava guardando; si domandò: ...ma che vuole sta tipa... !?
32
Imprimatur
Ascoltarono ignorando la superbia, disquisirsi risuonava schiava nell'affusolarsi imbrattata nel color della pomice affamata; staccava a morsi il pallore d'oro d'ogni diversità, e che l'ombra tenesse per cospargersi dall'effimero; da cui partivano frecce scoccate dal tripudio tronfio; nel lancio l'acqua formava lance accuminate alleate su cui scorrevano intrepidi in fila indiana; le perdite dell'inconscio al primo incrocio il semaforo lampeggiava d'ogni dubbio; appannato ad ore torbide corrispondenti ai lavoranti che sfilavano col fucile: chi a braccio e chi a tracolla allattando il lancio plurimo di sassi mimicamente lussati dai ripiegamenti in frasi; astrali abbrumate dai lavaggi d'intenti luridi; col pronome di Calliope. Uncinante negli spinaci conditi a cerchio col rametto di basilico sull'omero segmentato a fiore vascolare; ai piedi della montagna dispari colma nei dislivelli a fionda magnetica; che crogiolante di nevischio, nel groviglio di un abitato; si vide l'abitacolo ignaro salire e scendere indisturbato i gradini scorrazzando con un foulard in testa al motore coprendo il cofano con un drappo teso, e l'odore della luna che furoreggiava; sulla tangenziale in contromano accellerava una curva, per sbucare più avanti da un sentiero o mulattiera d'un emisfero scosso; e ripercorso dal filobus da cui si lanciavano martelli reticenti; nelle pozzanghere d'inteneriti fianchi. Renitenti a leve per alzare il mondo, ma con vele ricavate da un paio di remi d'acciaio, e la borsa colma di reni degli utenti incamminarsi su scale a chiocciola presso i punti cardinali; affilati a disegni dal vapore acqueo; che salendo tracciava nella struttura il ponte frantumato. Con l'invitato in rame istoriato, dai canneti ripiegati dal rovescio; salutare per chi l'avesse riconosciuto, con quella mano di legno, e quella vera alzarsi e scomparire, col saluto di rimando.
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