domenica 28 aprile 2013

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 La caduta complicata delle carte


Sfodera la vernice, la tavola rotonda sul territorio che arrangiandosi sull'azzardo, vola. Incontaminato al volto, il diseccitato retrò di lusso. In lingerie col pizzo, nel Gallio e nel Germanio che non pensano, di tramare una sorta d'immagine devozionale di suor pinguedine, sulla scalea del nervo sciatico, e di ciò. Si discusse di quanto il suo passato fosse pieno d'indizi in merito: dall'arte preventiva della pizza, allo sguardo archetipo e mai mogio, di stravolgimenti interiori, in continua angoscia pacata nel calamo ad imitar, la più personale resa. Interiore, di rilucente forma. E torma in panne nel crocicchio indebitato di velluto, di lillà. E come fari. Dal pullman. Le rose in fiore, a mostrare il loro flauto in vetroresina, ormai arresa ai businnes scuri nell'occhiale combusto al sole, con l'etichetta agganciata al filo. Di seta per il punto, ago e filo nell'eccelsa classe. Di merito, cementata in nebbie incompetenti, ed incombenti, nel silente mostrar le viscere dalle cuspidi, rosse. Sui motori posteriori dove rimbalzano le schegge.      

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Roll out


La donna a sfumature elettriche si rasa con un tonfo dal letto. Economicamente perpendicolare traccia le gambe divaricate sul simbolo del mercurio dall'alto al basso, discende con la lingua sullo sci del doppio petto; esegue la marcia trionfale aprendo lo spiraglio alla brezza che soffia dove vuole. Siepe spartitraffico la semenza viaggia a finestrini chiusi e a piene mani la moneta corrente dilaga nel pugno della povertà in cui la quiete è preferibili alla noia. Mi distraggo sul prato con la briosce nella tasca, simile al doppio guanto rivoltato dall'interno dell'estate. La galleria raggomitolata nel controsenso lo controllo a modo di nodo di cravatta allo specchio d'autunno. Accarezzo il Golden retrevier: ho sempre amato la fedeltà. Steso tra cartelli militari distanziati dall'inossidabilità delle coscienze, taglio i filari di vite, dal versante in poi raggiungerò il culmine del consumo. Tra domande che s'involano, e domande luride nello stanziale, alla visita tronfia da quel cornicione, col binocolo la visita si conficcherà nel diametro che si indica sul dito. Ghiacciato dalle viscere trattengo l'ormeggio alla catena, presunta serpe nera in fregola nel sacco industriale.


    

sabato 27 aprile 2013

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 L'alcova nella fusoliera del regime

Soggiorno nei bigodini calibro nove e sessantacinque in testa. Presso l'allegria tingo e cesello l'oro, salto negli sbalzi issati dalle gru gialle. Perdo le rendite di posizione acquistate col pisside cappelluto che ad orbita agito come fosse nacchera voodoo. Si adagiano le vendite al mattino presto. Presso le erbe sacre lego ciò che resta sulla punta della lancia. Col revolver collaudo i bossoli nel crogiuolo. Le presenze umane sono concepite sensori, saggiamente contorte. Innesto tubi catodici spettacolari e la rima arrotonda l'educazione a cingoli per tutti. Nel bicchier d'acqua dove non si annega digito il nevischio ringiovanito lo appallottolo presso il forno a dodici ore dall'intuizione. La tinta legata al buio si sviluppa degna ruotandomi a caldi baci innamorati. Sul litorale cammina la luna nuota al collare d'una schiera di cappelli trucchi ciondoli cani al guinzaglio. Sul quadrante liquefatto le saldature concorrenziali i fili acquitrinosi pendono collegati al pandemonio del monarca. Attorniato da ghiere d'acciaio il fiume rende mani non più immerse. Presso il sale originario pesco sacchi di monete a princìpi fulgidi, in quel galoppo rotuleo che controlla teche solari al limitar del bosco.       

venerdì 26 aprile 2013

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 Polla inquinata

La nomenclatura tace sul riflusso d'ogni irraggiamento. Nei vagoni pieni di limoni accatastati il mio tocco magico è ruota che scorre libera nell'occhio. Il girasole colpevole di ammassarsi tra consimili fugge al dramma, la certezza è la condanna che dissabbia i profughi nella fossa. Il passato danza attraverso la volé carminio di sole e spazio. Ora nell'ictus dilavo le scorte, incorono la campana nel plexiglass. Ai ferri corti, la donna accuminata odia rivolgersi a se stessa, il fuoco dell'impegno arde sul corpo, brucia avvolto nella plastilina. Superficie spessa su cui reggo dall'inizio del millennio sudari, debiti, politici incartapecoriti, nel mare sciacquo, nel salino avveleno. La gerla colma d'acqua dove siede il gabbiano dal becco ricurvo inventa linguaggi metafisici meta che riluce a sfera. Nella faretra dardi avvelenati, mi specchio la notte sulle labbra, rendo la finestra gelida e rassicurante. Immerso in questa polla d'acqua inquinata discuto con Venere rivoluzionaria la morte futura del nemico. Truce, liscio, vispo fluorescente, la smorfia arcuata a cadavere nell'orecchio di chi dissente.